Partire e/è tornare (con diario di viaggio in Thailandia)

Pubblicato: 24 gennaio 2014 in cieli possibili

Bisogna uscire dal virtuale, vivere  senza morire e morire sapendo di vivere, tutte le volte che il sogno viene fagocitato dalla realtà.

“- Voi non mi capite Signore!

– Ma certo che vi capisco signorina o…. Signora? A lei manca un aggiornamento sull’ultima installazione di Whatsapp!

– Ma io non uso Whatsapp!

– Ah, male, molto male, vuol dire che lei passa molto tempo con sé stessa e questo… non va bene. E… mi dica, mi dica, lei guarda la TV?

– No, io non guardo la TV da quattro anni.

– Quindi sogna, vuole dire che lei ancora sogna? …. Signorina, a questo punto io non posso più aiutarla, dovrebbe chiamare il gestore della sua compagnia telefonica. Mi dispiace. Arrivederci. Le auguro una buona giornata.”

Io non sono venuta a chiedervi niente. Solo una smorfia di verità, che vi costa? Una smorfia, un inciampo. Usciamo dal virtuale e dimentichiamoci l’ombrello, per le strade di Roma senza una meta ma centrando il punto di non ritorno, fissandolo con una punes sulla lavagna del ricordo.

ATTIVA IL CENTRO, LASCIA CHE SCORRA. Pronti, partenza, via:

bamboo

Ricordarsi di scrivere dei piedi nudi in Oriente, ricordarsi di togliersi le scarpe prima di entrare nel sogno sacro dell’universo.

Ricordarsi che una volta trovati gli alleati non siamo più in guerra, ricordarsi che l’altro non è più un nemico ma una scimmia ammaestrata per il nostro circo.

Devo dirlo lacerando il sogno:1546265_10152135947131382_1977303002_n

“A Bangkok ho avuto sotto gli occhi l’esempio più lampante di uno sviluppo impazzito, delle orribili conseguenze di quella logica modernista che nessuno sa fermare e che è alla base dell’abbrutimento e della perdita di identità dell’Asia” (Tiziano Terzani)

Ricordarsi delle somiglianze incredibili tra l’Asia e il Sud America e del punto di divergenza nell’essere fedeli al dio dentro e fuori di noi. Essere scalzi, bisogna comunque rimanere fondamentalmente scalzi.

Ricordarsi della natura che ti respira dentro mentre riempi la scatola dell’indimenticabile, lì c’è già l’immagine della barca di canne di bamboo che mi trasporta sull’acqua, l’acqua del fiume sotto i piedi, le montagne rotonde come nei cartoni animati, gli alveari giganti.

Raccontare l’essenziale che non si può raccontare tanto è radicato nei sensi.

Partire non è come tornare, per partire ci vuole il sogno e per tornare, ci sono troppi rumori per cui è facile svegliarsi. Le suonerie degli hiphone, quelle degli ascensori, il traffico, le campane anche, che certe volte però portano all’infanzia, questa cosa che è la Chiesa di un piccolo paese dove convergono tutte le strade, la fuliggine, l’orologio a forma di fragola, le scatole come dadi con dentro le sorprese, l’importanza di un giocattolo

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Tornare è più facile, sembra necessario ma forse… è tutto il contrario.

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