Le voci del mondo (Robert Schneider)

Pubblicato: 14 febbraio 2012 in cieli possibili

Ludwig Van Beethoven 9 sinfonia

Intanto Goller era salito con Elias sulla cantoria. Qui gli mostrò di gran carriera le funzioni dei vari registri, aprí il libro alla pagina del corale stabilito e gli accennò appena la melodia. Quando nel duomo fu tornato il silenzio, Elias continuava a ripetersi, ormai conquistato dal testo e dalla melodia, le parole del Lied:
VIENI, MORTE, SORELLA DEL SONNO, VIENI E PORTAMI VIA. SCIOGLI I REMI DELLA MIA NAVICELLA, GUIDAMI AL PORTO SICURO! TI TEMA PUR CHI LO VUOLE, BEN SO CHE PUOI DARMI LA GIOIA TU SOLA PUOI PORTARMI AL DOLCE CUORE DI GESU’
Prima di seguire Elias nel suo concerto sovrumano non vorremmo dimenticarci di Peter, seduto sotto la sporgenza della cantoria, nella parte piú soffocante della chiesa. Tiene le mani intrecciate sul grembo e sembra quasi trattenere il fiato, guardando fisso davanti a sé. E’ diventato, di colpo, una figura di radiosa bellezza. 0 ci ingannano le ombre guizzanti delle candele? I due tipi addetti al mantice si scambiavano smorfie di compassione all’indirizzo di Elias quando una raffica di note si levò fragorosa dalla parte bassa della tastiera, e con un rombo cosí perentorio che l’organo sembrò sul punto di spaccarsi in due. La raffica si interruppe, Elias prese fiato e attaccò poi un fortissimo ancora piú fragoroso, accompagnato questa volta da una linea tempestosa del pedale di basso. Dopo aver preso fiato una terza volta, ripropose ancora la figura ornamentale del basso ma su un ritmo raddoppiato, e imperversando dunque sul pedale con una rapidità disumana. La corsa sfociò su una armonizzazione straziante delle due prime battute del corale, poi la musica si interruppe di colpo e senza motivo, come se le mani gli fossero cadute dalla tastiera. Elias assaporò la tensione estrema della cesura, poi riprese la tastiera a sette voci, suonò il corale fino alla terza battuta, si interruppe, prese fiato, armonizzò in dissonanze irrisolte fino alla quarta battuta, si interruppe, prese fiato, collegò la figura di base con l’armonizzazione del corale, si interruppe, prese fiato, si interruppe di nuovo, e tutto questo per la durata di oltre cinque minuti. Il suo intento era di mostrare che cosa significhi ribellarsi alla morte, al destino, o meglio ancora a Dio. La morte come improvviso tacere, come insopportabile pausa. Era mostrare come l’uomo umiliato ritorni a gridare le sue preghiere senza senso. Per poi lacerarsi la camicia, strapparsi i capelli e bestemmiare impazzito, ma venir pur sempre gettato a terra. Perché ogni rivolta è vana. Dio è un fanciullo malvagio senza ombelico. I due tipi del mantice si davano un gran da fare per garantire un’alimentazione uniforme. E il sudore che gli imperlava le gote rosse come gamberi era, crediamo, un sudore di paura. Nella navata, immersa in un silenzio di tomba, accadde l’incredibile. Goller muso-di-carpa era lí con la bocca spalancata, i quattro professori, pallidi come lenzuoli, non credevano alle loro orecchie, e molti presenti, con la bocca ancora piena di pane, fissavano impietriti il prospetto delle canne in piena luce, dimenticandosi di inghiottire. Dopo questo folle inizio, queste cascate lancinanti, la musica sembrò spegnersi, tra soprassalti di furia isolata e il fiammeggiare qua e là di armonie bizzarre, inaudite. Elias staccò una dopo l’altra le varie combinazioni di registri, i suoni si affievolirono, finché la musica parve sprofondare in una sinistra tonalità minore, a lungo ricercata e quasi irriconoscibile. Era il momento della rassegnazione senza ritorno: l’eroe giace abbattuto, la speranza è morta, la terra si fa fredda vicino a lui. A poco a poco il pubblico stordito incominciava a capire il messaggio dell’organista. No, quello lassú non stava suonando, stava predicando. E il contenuto della predica era di una chiarezza fredda, adamantina. Per qualche istante il contadino di Eschberg era riuscito a fondere il suo pubblico in una sola anima. Regnava infatti, nel Duomo, un’atmosfera speciale e inquietante, come se tutti, giovani e vecchi, intuissero all’unisono: la morte è fra queste mura, e il sonno, il suo compagno, ti ricoprirà. Sui loro volti si leggeva a un tratto l’impronta della verità: cadute le maschere, gli sguardi irradiavano una pace numinosa, e dai loro tratti si poteva comprendere in che modo ciascuno avrebbe reagito alla voce della morte. Spettacolo disarmante! Suonava già da piú di mezz’ora e non se ne vedeva la fine. Ma da quel caos oscuro e senza fondo emersero a poco a poco voci piú concilianti. Le melodie si susseguivano l’una all’altra, ora infine morbide e profumate come l’erba mossa dal vento di aprile. E a queste melodie ne seguirono altre, quelle di Elsbeth. E alle melodie di Elsbeth seguí la melodia del corale. Ma il corale era la morte. Ne nacque allora una danza, un effimero andirivieni di sempre nuove idee musicali. La musica cambiò in un ritmo dispari, ritornò al punto di partenza e cambiò ancora. E la leggerezza di queste voci incalzanti lasciava intendere che Elias non parlava piú di questo mondo. L’uomo era risorto dal caos, il peso della terra non lo trascinava più verso il basso. Sebbene Goller gli avesse appena accennato le funzioni dei vari registri, Elias era già in grado di mescolarli da vero virtuoso. E come un pittore si meraviglia della ricchezza delle sfumature cromatiche offerte dalla sua tavolozza, cosí Elias si meravigliava delle possibilità di quell’organo. Se fino ad allora era rimasto come rattrappito sullo strumento, gli occhi incollati alla tastiera e al pedale, ora il suo sguardo si spianò, le membra si distesero, la schiena ritrovò la posizione naturale. L’organo sembrava suonare da solo. Aveva imparato a conoscerne i trucchi e ora poteva liberamente dispiegare le sue forze. Chiuse le palpebre, sollevò la testa e tornò in sogno a Eschberg, mentre l’organo continuava a diffondere nella navata immagini zampillanti di visionaria bellezza sonora. La natura diventava musica. Quelle misteriose giornate di novembre, quando la nebbia andava su e giú tra la Valle del Reno e la borgata dov’era la sua casa. Nei boschi la nebbia ghiacciava, stillava aghi gelati dai rami e copriva di brina la corteccia degli abeti. Luna e sole stavano una di fronte all’altro: la luna un’ostia spezzata, il sole la guancia della madre… I bagliori del Primo Incendio si fecero musica. I colori delle finestre della chiesa, il modo in cui presero a lampeggiare sul lato est del coro. I corpi di quelli che si spingevano fuori urlando e calpestandosi. Il podere di Nulf Alder distrutto dal fuoco. E la bambina nella stanza invasa dal fumo, nascosta sotto il letto con gli occhi spalancati e la bocca affondata nella bambola di pezza. Gli animali del bosco nella neve di gennaio. E lui a richiamarli con i suoi gorgheggi e i suoi squittii impercettibili per l’orecchio umano: ma non c’era piú nessuno fra i tronchi carbonizzati dall’incendio. E la risata atroce di Roman Lamparter, il Perlopiù… E divenne musica anche l’evento notturno, quando si era sdraiato nell’erba nera del pascolo ancora giovane, le braccia e le gambe allargate, e le dita affondate nell’erba come per aggrapparsi a quel vasto, armonico mondo di bellezza. E ricordò le parole di quella notte, il loro ritornello «Chi ama, non dorme! chi ama, non dorme!»… Ed Elsbeth divenne musica. Elsbeth! Il colore e l’odore dei suoi capelli biondoscuri, quel suo leggero difetto nel camminare, il timbro scuro della sua risata, gli occhi rotondi e così vivaci, il nasino a patata, la veste azzurra con il grande disegno a losanghe. La cautela con cui passava nell’erba per non calpestare le margherite. E il suo modo di accarezzare il muso di una mucca e di rivolgersi a lei, o di gettare alle scrofe le bucce di mela senza farsi vedere… Mentre Elias trasponeva questi pensieri nella musica piú toccante che mai si fosse udita, tornò a percepire, di colpo, il battito del cuore di Elsbeth. Temette che il ritmo potesse svanire, ma il ritmo non svaní e si fuse anzi con il battito del suo cuore. E accadde che Elias amava di nuovo. Dopo aver detto tutto quel che poteva raccontare della sua vita, fece risuonare a lungo un delicato accordo di settima. Era ora di passare alla fuga, all’apoteosi celeste, al sogno di un mondo riconciliato. Il pubblico era sotto ipnosi. Sedeva immobile nei banchi, le palpebre senza un tremito. Il ritmo del respiro si era fatto piú lento, e il cuore batteva sulla frequenza del cuore di Elias. In seguito, nessuno seppe dire per quanto tempo Elias avesse realmente suonato. Neppure Peter: anche le sue palpebre non ebbero un tremito e un’ombra di pace accarezzò la sua mente contorta. Il prodursi di questo singolare stato ipnotico si può spiegare soltanto con la natura della musica di Elias. Anche prima di lui c’erano stati, è ovvio, maestri in grado di amplificare con puri mezzi musicali determinati stati d’animo, ma la loro arte consisteva perlopiú nell’evocare quelle emozioni, coinvolgendo l’ascoltatore in un gioco per cosí dire di autoesaltazione consapevole. Ora, nella lingua della musica esiste un fenomeno a tutt’oggi poco studiato: tra gli infiniti accordi possibili si danno alcune costellazioni particolari, il cui suono scatena nell’ascoltatore qualcosa che in sostanza non ha píú nulla a che fare con la musica. Già nei suoi anni giovanili Elias aveva scoperto alcune di queste combinazioni e sequenze di accordi, verificandone poi l’efficacia su se stesso e sui contadini di Eschberg. Si pensi, ad esempio, a quella domenica di Pasqua in cui era riuscito a infondere per qualche istante nei loro animi una generosità che si era espressa in una gara di cortesie reciproche. Quando Elias suonava, riusciva a scuotere l’animo umano fino alle sue corde piú abissali. Gli bastava poi trasporre quelle certe armonie in scenari musicali piú ampi e strutturati per indurre nell’ascoltatore un effetto irresistibile: si metteva a piangere senzo volerlo, e sempre senza volerlo si lasciava condurre attraverso l’angoscia di morte, la gioia infantile o i turbamenti dell’eros. Aver realizzato tutto ciò con mezzi musicali fu il merito di Johannes Elias Alder. E? vero che la sua musica attingeva al repertorio armonico tradizionale, e che la sua unica scuola erano stati i goffi corali dello zio. Ma con il passare degli anni e il progressivo sbandamento della sua anima, finí per foggiarsi un linguaggio tonale dalla forza unica, senza precedenti e mai piú eguagliato dopo di lui. Che proprio quest’uomo non abbia trascritto una sola delle sue composizioni è da annoverare tra le piú deplorevoli fatalità occorse alla musica d’Occidente. Quando ebbe presentato il tema della fuga con l’intera serie dei principali, il terzo dei quattro professori, pallido come un cencio, saltò su gridando: – E’ impossibile!! non è possibile!! – E poiché continuava a strillare fu necessario farlo sedere con la forza. Il tema della fuga era infatti di una lunghezza e di una complessità cosí enormi che il concerto sembrava assumere, là sulla cantoria, dimensioni e significati soprannaturali. Il tema riprendeva la nota principale del corale iniziale, ma con una tale sottigliezza di figurazioni e un’indole cosí sognante che una giovane donna, seduta dalla parte del Vangelo, esclamò non a torto: – Vedo il Cielo! – E il tema sembrava non voler finire, passava da una sequenza all’altra, sempre piú in alto e sempre piú impalpabile, fino a riportarsi sulla dominante dove la seconda voce lo avrebbe ripreso da capo. Quel poco di contrappunto che Elias aveva carpito al suoi colleghi si inseriva ora senza fatica nella sua concezione musicale. Aveva imparato che il tema riaffiora in forma ciclica, e sempre a una distanza esatta dalla sua comparsa precedente. Alla serietà pedantesca dei giovani rivali egli contrapponeva una sfrenata libertà di figurazioni. Voleva disegnare un’apoteosi celeste e una scala angelica che salendo senza fine introducesse ai giardini del paradiso, là dove la luce terrena si affievolisce e lo splendore della perfezione si fa sempre piú diffuso e accecante. La fuga di Elias Alder assomigliava a un grandioso corso d’acqua che proceda sempre piú rapido e píú ampio fino a sfociare nell’eterno sconfinato mare. Goller, che a nessun costo voleva lasciarsi ipnotizzare da quella musica (e che a tale scopo continuava a darsi pizzicotti sull’avambraccio), contò l’ottava ricomparsa del tema in un quadro contrappuntistico di ben sette voci liberamente intrecciate. E Goller maledisse il suo vecchio maestro, l’insigne cantor Rheinberger, dal quale aveva appreso un tempo che una fuga non può esporre piú di cinque voci, a meno di non confondere le singole linee vocali in un caos armonico indecifrabile. «Non eravate che un povero imbecille, maestro Rheinberger!», brontolò dentro di sé, strappandosi un pelo dai baffi arricciati. Quando la musica raggiunse un grado di complessità estremo e la sonorità del Fortissimo ebbe toccato il parossismo, la fuga sembrò avviarsi alla fine. Ma Elias non poteva concludere. E poiché un Fortissimo ultrasonoro perde con il tempo il suo effetto monumentale, cercò di accrescere quella sensazione di radiosa sonorità trasponendo la frase in tonalità sempre piú acute e inventando accordi e combinazioni di accordi dove anche il Piano risuonava inspiegabilmente come un Forte. Giunto alle soglie dell’impossibile, lasciò crollare di colpo l’intero edificio sonoro come aveva fatto all’inizio della sua esibizione: ne risultò una cesura impressionante, come una buia voragine senza fondo destinata a inghiottire ogni cosa. L’accordo interrotto non aveva ancora finito di risuonare che il corale “Vieni, morte, sorella del sonno” fece la sua ricomparsa. Elias, che lavorando sul pedale e sulla tastiera non era piú in grado di inserire un’ottava voce, si mise perciò a cantare. Gonfiando i polmoni quanto poteva imitò una canna d’organo da otto piedi, intrecciò la melodia, molto lenta, al gioco delle altre voci, mentre i piedi eseguivano il corale canonico in valori abbreviati e le mani ripetevano il tema della fuga con indicibile sapienza, e per ordine sia diretto che inverso.
TU SOLA PUOI PORTARMI AL DOLCE CUORE DI GESU’
Johannes Elias Alder era come in estasi, e non altro che puro giubilo fu il luminoso, interminabile accordo maggiore con cui pose fine all’inconcepibile, inaudita improvvisazione. Poi fu silenzio. Si udiva chiaramente solo il respiro affannoso dei due tiramantici, stremati dalla fatica. – Tutta quest’aria, – esclamò piú tardi uno di loro, – Goller non la consuma in un anno intero! Elias restò seduto, immobile, sul suo sgabello. Poi, con la manica della camicia, si deterse il sudore dalla fronte, si lisciò i radi capelli all’indietro e levò lo sguardo verso l’abside, dove, sopra la balaustrata, c’era il pesante gruppo scultoreo delle Donne al Sepolcro. Solo allora si poté vedere fino a che punto quell’improvvisazione di oltre due ore avesse consumato la sua sostanza fisica: il viso di per sé già magro si era fatto grigio come cenere, le guance scavate, gli zigomi sporgenti, le labbra riarse. Aveva perso peso. Fu allora che una voce maschile ruppe il silenzio spettrale del Duomo: – Vivat Alder!! – gridò la voce, e poi ancora, – Vivat Alder, vivat!! Il grido era partito dal fondo della chiesa, press’a poco dalla parte in cui era seduto Peter. E in ogni caso il grido ebbe un tale effetto liberatorio che di colpo scoppiò un vero tumulto. Il pubblico, riscuotendosi dall’ipnosi, incominciò a rumoreggiare tra ovazioni e grida di trionfo. Tutti si alzavano, un banco dopo l’altro, volgendo gli sguardi alla cantoria per osannare il musicista-prodigio ancora invisibile. Per l’aria volavano berretti, cestini, fazzoletti variopinti, e, cosí almeno ci sembra, si videro perfino le fasce di un neonato. – Vivat Alder!! Vivat Alder!! – gridavano gli spettatori in preda a un entusiasmo incontenibile. Il vicario generale saltò su dal suo scranno istoriato, arrancò ancora stordito sull’ambone, levò le braccia sul popolo giubilante e cercò di riportare il silenzio. – Onorevole pubblico – gridò senza che nessuno lo udisse – in nome di Dio! Questo è un luogo sacro! Ma il tumulto non fece che rinforzare perché tutti con l’eccezione di Peter Paul Battlog e della sua congrega – uscivano dai propri banchi in preda a un entusiasmo incontenibile. Con voce allarmata il vicario ordinò di spalancare tutte le porte del duomo per far fronte a un’eventuale ressa, ma nessuno voleva uscire dal duomo prima di aver visto con i propri occhi l’uomo-prodigio. – Vivat Alder!! Vivat, Vivat!! – scandiva ora la folla, tutta rivolta alla cantoria. E infine l’organista si affacciò, e la luce che illuminava la balconata dal basso fece apparire il suo volto ancora piú spettrale. Si levò un grido corale punteggiato di «Ah!» e di «Oh!» e si sentirono piangere donne e bambini. Poi le ovazioni ripresero, travolgenti, e i volti di tutti risplendevano nella stessa radiosa tonalità maggiore su cui Elias aveva terminato il suo brano. Si teneva al cornicione della balconata, e nessuno si accorse che stava piangendo, dalla gioia e dallo sfinimento. 0 piangeva invece per la decisione incredibile che aveva preso mentre suonava? Scese in mezzo alla folla che lo scortò in due ali osannanti. Una dama d’alto rango gli fece scivolare una manciata di fragole nello spacco della camicia madida di sudore, altri gli infilavano monetine nelle tasche del vestito, gli davano di nascosto delle banconote. Quando fu passato, inchinandosi come i suoi predecessori, davanti alla giuria dei quattro professori pallidi come cenci, il tumulto a poco a poco si placò. Il vicario generale stava per rimettere sul dorso il libro dei corali e iniziare cosí la cerimonia per l’ultimo allievo, ma il pubblicò gridò con una sola voce: – Il vincitore è lui!!! La Lira a Elias Alder!!! E scandiva il suo nome in modo cosí perentorio che il vicario generale scese rassegnato dall’ambone e si ritirò in sacrestia con Goller e i professori per un consulto. Ma il consulto fu breve. Goller ce la mise tutta a convincere i signori che quell’Alder aveva improvvisato troppo a lungo, che il suo pezzo non era l’elaborazione di un corale e nemmeno un preludio, e tantomeno, per Santa Cecilia!, una fuga alla maniera antica, e che insomma l’organista aveva messo insieme una debordante sinfonia senza alcun rispetto per le forme canoniche: per quanto Goller insistesse sulla mostruosità dell’esibizione di Elias, gli sguardi raggianti ed entusiasti dei quattro professori avevano già pronunciato la sentenza.

…omissis…
da “Le voci del mondo” di Robert Schneider (Einaudi, 1994)

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