Bisogna uscire dal virtuale, vivere  senza morire e morire sapendo di vivere, tutte le volte che il sogno viene fagocitato dalla realtà.

“- Voi non mi capite Signore!

– Ma certo che vi capisco signorina o…. Signora? A lei manca un aggiornamento sull’ultima installazione di Whatsapp!

– Ma io non uso Whatsapp!

– Ah, male, molto male, vuol dire che lei passa molto tempo con sé stessa e questo… non va bene. E… mi dica, mi dica, lei guarda la TV?

– No, io non guardo la TV da quattro anni.

– Quindi sogna, vuole dire che lei ancora sogna? …. Signorina, a questo punto io non posso più aiutarla, dovrebbe chiamare il gestore della sua compagnia telefonica. Mi dispiace. Arrivederci. Le auguro una buona giornata.”

Io non sono venuta a chiedervi niente. Solo una smorfia di verità, che vi costa? Una smorfia, un inciampo. Usciamo dal virtuale e dimentichiamoci l’ombrello, per le strade di Roma senza una meta ma centrando il punto di non ritorno, fissandolo con una punes sulla lavagna del ricordo.

ATTIVA IL CENTRO, LASCIA CHE SCORRA. Pronti, partenza, via:

bamboo

Ricordarsi di scrivere dei piedi nudi in Oriente, ricordarsi di togliersi le scarpe prima di entrare nel sogno sacro dell’universo.

Ricordarsi che una volta trovati gli alleati non siamo più in guerra, ricordarsi che l’altro non è più un nemico ma una scimmia ammaestrata per il nostro circo.

Devo dirlo lacerando il sogno:1546265_10152135947131382_1977303002_n

“A Bangkok ho avuto sotto gli occhi l’esempio più lampante di uno sviluppo impazzito, delle orribili conseguenze di quella logica modernista che nessuno sa fermare e che è alla base dell’abbrutimento e della perdita di identità dell’Asia” (Tiziano Terzani)

Ricordarsi delle somiglianze incredibili tra l’Asia e il Sud America e del punto di divergenza nell’essere fedeli al dio dentro e fuori di noi. Essere scalzi, bisogna comunque rimanere fondamentalmente scalzi.

Ricordarsi della natura che ti respira dentro mentre riempi la scatola dell’indimenticabile, lì c’è già l’immagine della barca di canne di bamboo che mi trasporta sull’acqua, l’acqua del fiume sotto i piedi, le montagne rotonde come nei cartoni animati, gli alveari giganti.

Raccontare l’essenziale che non si può raccontare tanto è radicato nei sensi.

Partire non è come tornare, per partire ci vuole il sogno e per tornare, ci sono troppi rumori per cui è facile svegliarsi. Le suonerie degli hiphone, quelle degli ascensori, il traffico, le campane anche, che certe volte però portano all’infanzia, questa cosa che è la Chiesa di un piccolo paese dove convergono tutte le strade, la fuliggine, l’orologio a forma di fragola, le scatole come dadi con dentro le sorprese, l’importanza di un giocattolo

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Tornare è più facile, sembra necessario ma forse… è tutto il contrario.

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October

Pubblicato: 7 ottobre 2013 in cieli possibili

Vorrei poterti dire che ho paura che i cuori forsennati che eravamo siano rimasti attaccati al soffitto dall’ultimo salto di gioia,

piango come si piange a fine estate il cielo profumato di mosto e l’aria che fa

spine sulle braccia ancora scoperte, e gli orizzonti si appannano e la testa si ostina

a guardare oltre

e la pancia si ostina

ad ascoltare il verso delle viscere

come un rabdomante

mentre è la testa che fa acqua da tutte le parti.

Questi vuoti di memoria di quello che compostamente siamo

e queste mancanze

di quello che non siamo ancora ma che vogliamo

con desideri di ghiaccio.

Coi gomiti sulle staccionate a fissare il punto di fuga del mare,

dove si appunta lo spillo di barca preciso

sul filo del rasoio di un ricordo pensato

troppo a fondo che fa sangue.

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Immagine  —  Pubblicato: 19 settembre 2013 in cieli possibili

Tra le cose dell’amore

Pubblicato: 18 Maggio 2013 in cieli possibili

 

Io mi credo una dea alle volte tra le cose dell’amore

quando profumano di cose belle

 panni stesi ad asciugare, torte nei forni salendo le scale

dei condomini, risate di bimbi, foto di gattini,

attese palpitanti di re incontri, una presenza espansa mi credo

fuoco che invade tutto, che è dappertutto anche in assenza,

una presenza necessaria pretendo

nelle cose dell’amore.

Sei Uno Tredici

Pubblicato: 7 gennaio 2013 in cieli possibili

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Allora abbandonammo il porto sicuro io e la mia controra, facemmo ombra al cuore perché non si sciogliesse, mettemmo in gabbia gli uccelli della fede e della malafede perché non li uccidessero i vampiri nel passaggio da questa parte di giorno. Entrambi servono per comprendere il centro. Facemmo un ventaglio di foglie di quercia magra per far prendere aria ai sogni costretti nei sacchi di iuta. Pazienza ci teneva in fila nella camminata del deserto d’anime. Ogni passo una speranza che il sole non fosse mal visto dalla mia controra, che rimanesse tutto come prima ma anche diverso dal tempo delle prime ore. Il sudore rugiada, l’ansimare uno sbadiglio di risveglio, il piede gonfio come dal sonno e non dal caldo.

Per arrivare andare e per andare morire e per morire vivere e per vivere piangere e ridere e vibrare come vibra l’erba come vibra ancora il suono di una campana lontana 30 anni.

(dopo “Pina” di Wim Wenders)

di notte pensieri trattenuti che grattano a fondo

abbiamo tutto il tempo per disimparare

cadono le bolle degli anni su questi giorni persi buttati

come si butta la roba scaduta che ci avanza dai frigoriferi troppo pieni, questi giorni uguali

silenzio al semaforo

verde che dobbiamo andare dove? per quanto tempo? fino a quando?

rosso che da ferma fa male

il sonno che non viene goccia a goccia nell’ininterrotta

pioggia che fa ieri sera notte e giorno oggi e domani

per le strade anonime del non luogo questo non tempo

questo senza spazio

per la danza caduta libera della pausa che fruscia inceppata

ripete incantata la canzone incatenata e non parte

si ferma e aspetta, anima cuore coniglio farfalla e non parte

grillo, cicala senza estate

si stupisce della sua stessa sordità che non sente, si stupisce

e ammicca sulle spiagge deserte che arrivano i cani di sera e ti cercano

e ti trovano che ti sanno meglio delle mani

la paura del movimento sbilanciato prima che venga buio a stare

in equilibrio sull’unghia di luna, arrampicata tra le stelle

sempre quelle

sdentate che non fanno effetto d’abbaglio

e ti stupisci che non parte il volo libero codardo… hai fatto 30 e farai anche 31:

il tempo calamita che ti tiene attaccata alla vita più che al senso

dell’attimo quello eterno del sogno che è caduto

e non parte neanche lui

nella dimenticanza

s’accartoccia

piuttosto

si distende

si fa veste bagnata sotto pelle

che trasuda l’inganno di tutta quest’acqua che

neanche

possiamo

bere.

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Fortificati a vincere, fortificati a morire

soltanto per medaglie e per vittorie di posizione?

Combattono, combattono, combattono

il cieco che è convinto di vedere-

e non vede che ci fa schiavi

è schiavo, chi odia è offeso. O ferma stella

e splendida, o tumultuoso oceano

flagellato finché le cose minime

si sperdono e l’onda gigantesca

rivela ai nostri sguardi la misura

 

dell’abisso. Perduti in mare prima di combattere!

O stella di David, stella di Betlemme,

o nero leone imperiale

del Signore – emblema

di un mondo risorto – unitevi, unitevi

alla fine. C’è una corona d’odio, e sotto ad essa

tutto è morte; ce n’è una d’amore,e senza di essa

nessuno è re; e gli atti benedetti

benedicono l’aureola. Come un contagio

di malattia procura malattia,

 

un contagio di fede può dar fede.

Combattono in deserti e caverne,

a uno a uno, a battaglioni e squadre;

combattono perché possa guarire

anch’io da questo male, da Me Stessa;

ne guariscono alcuni; altri morranno. “L’uomo

è lupo all’uomo”, e noi ci divoriamo.

Neanche il nemico avrebbe mai potuto

aprire una breccia così vasta

nelle nostre difese.

 

Chi fa da guida a un cieco può sfuggirgli,

ma Giobbe, disanimato da falso conforto,

sapeva che mai nulla può sconvolgere

quanto un cieco capace di vedere.

O vivi che siete morti, voi che siete fieri

di non vedere, o polvere meschina della Terra

che incede così piena d’arroganza,

la fiducia genera potenza e la fede

è una cosa amorevole. Noi

facciamo un voto, noi promettiamo

a chi combatte, sì, è una promessa -: “Non odieremo

mai il nero, il bianco, il rosso, il giallo,

l’ebreo, il gentile, l’intoccabile”. Ma noi

non possiamo esaudire i nostri voti.

Stringendo la mascella essi combattono,

combattono, combattono – alcuni che amiamo

e conosciamo,

altri che amiamo ma non conosciamo –

perché i cuori si scuotano dal sonno.

Così guarisco; o forse sono quello

in cui non posso credere?

 

Chi nella neve, chi sulle rupi o nelle sabbie mobili,

a poco a poco, a molto a molto,

combattono, combattono, combattono

perché dov’era morte

sia la vita. “ Quando un uomo è preda della collera,

è aizzato dalle cose esterne; ma quando

tiene testa ed è paziente paziente

paziente, allora è l’azione

o la bellezza”, la migliore difesa del soldato

la più salda corazza

 

per la lotta. Il mondo è una casa di orfani. E noi

non avremo mai pace senza pena?

Senza le invocazioni dei morenti

In cerca di un aiuto che non viene?

O forma abbandonata nella polvere,

io non posso guardare, eppure devo.

Se questo morire così grande e paziente-

Tutte queste agonie e ferite e scorrere

di sangue-

potrà insegnarci a vivere,

questo morire non è stato invano.

 

Cuore indurito dall’odio, o cuore di ferro,

il ferro è ferro finché si fa ruggine.

Non c’è mai stata guerra che non fosse

Dentro di noi; e io devo combattere

finché non avrò vinto entro me stessa

ciò che è causa di guerra e non credevo.

Dentro di me io non ho fatto nulla.

Delitto degno dell’Iscariota!

La bellezza ha per sé l’eternità

e la polvere dura solo un’ora.

andare

Pubblicato: 6 novembre 2012 in cieli possibili
Andare, tornare, forse restare, restare senza prendersi troppo sul serio, e poi andare, diminuire il peso delle cose, l’ingombrante astuzia delle maschere: fardello troppo pesante nel volo delle trasmigrazioni. Questo è il mese del disinganno, scrostare gli specchi dall’appartenenza e dall’identificazione, tornare all’uno che è tutto.

Tutte le volte che scappo dalla mia terra, m’accarezzo d’istinto quel calletto che ho all’indice sinistro,

mi accerezzo gli avi con la zappa e le ave cieche di ricami.

E mi accarezzo le pietre e il sole sulla sabbia.

Quando ritorno alla mia terra, Roma sogghigna, questa gran puttana sogghigna,

quasi invidiosa del silenzio della storia della terra mia, arida e gonfia

di sacramenti senza cupole.

Si solleva una lacrima aspra come goccia di limone dell’albero di casa mia e salata del mare, del mare mio.

E penso al senso che cerco negli espatri dal sangue,

nei già consapevoli futuri rimpianti, necessari, necessari.

E penso alla neve quotidiana che mi andai a cercare nelle piazze grandi,

penso alle ramblas calpestate da tutti, e all’ospedale della Signora del Mare

che mi portò a sorvolare certi confini al di là di ogni fuga,

al di là di ogni scampo, con la mia vita appesa al suo collo come un rosario.

Coi miei voli low-cost ho cercato

Di esorcizzare le processioni di santi a pagamento,

l’irrimediabile moralità in vetrina, la compostezza del colletto bianco

e del grembiulino nero e l’odio per la fabbrica

che ha alienato la mia famiglia tutta.

Ma certe radici mi restano attaccate ai fianchi,

le più dure da estirpare sanguinano,

eppure tendendole nella distanza godo di quest’anima contadina

auto esiliata, mai appagata,

che vuole toccare altre terre per dire poi che la terra sua è  la più rossa.

E quest’urgenza di disappartenerti mi fa andare

E mi farà tornare ancora mille volte,

per maledire gli ulivi che ancora mi strapperanno i capelli

e le mie mani grigie metropolitane

che avranno calli ammorbiditi da lacrime di benvenuto.

E’ l’irrequietezza come una tara di una terra che bolle

Sotto macerie di secolare asservimento che mi fa prendere il mare

O il cielo finchè posso,

fino ad imparare che con questi calli al limone,

questi capelli di ulivo

e questo sangue rosso meridionale non troverò mai un pesce d’oro

che parli la mia lingua,

lui è lì ad aspettarmi da qualche parte in qualche conca che gioca

con un granchio e con un riccio.

Keybee

Messico: diario postumo

Pubblicato: 19 marzo 2012 in cieli possibili

Qui siamo all’altro capo del globo, all’altra ala della vita, quella del non tempo, quella della liberazione. Scimmie urlatrici sugli alberi alti e altre vite tutt’intorno. Stanotte da lontano sentivo il tamburo della madre. Qui si sta prima del tempo. Questa notte ho vissuto un sogno che feci circa due anni fa. Tutto quello che ho visto lo avevo già vissuto in sogno.

… se la parola non fosse solo d’aria, ma liquida, alla rosa, alla foglia di banano…..

Como es que el ciel sigue azul?

CERTE PERSONE ESISTONO SOLO NEL RAGGIO DELLA TUA VISTA PIU’ ACUTA.

CERTE VOCI SI SENTONO SOLO AD UNA PROFONDITA’ PIU’ ACUTA DEL SILENZIO.

Alle volte quando il sole è più caldo, si sente l’acqua sgorgare più a fondo.

La precisione dell’inganno di là dal continente è sconcertante. E da qui l’occidente si vede benissimo, tutto intero. Il pensiero si fa corpo, mi arrampico su una liana, arrivo fino in cielo, da lì vedo l’occidente grigio, da lì vedo l’Europa ridotta ad una palla di sterco, qua e là luccicano le punte di qualche cattedrale che ancora emerge.

La dimensione è altra, infinita ed eterna, la consapevolezza dell’irripetibile mi strazia,  la luna alta nel cielo, al centro un fuoco e cavigliere tuonanti e incenso e copale. E lucciole, e scimmie e altri animali tra i rami e il cuore.

ES DEMASIADO

La danza è lunghissima, provo a fare dei passi, poi mi dondolo e cerco di tenere il ritmo con il mio strumento musicale, una sorta di maracas naturale. Salutiamo tutti i punti cardinali, quando salutiamo la luna spunta tra i rami e ci sorride. Sanya intona una canzone che Le è venuta in sogno dopo giorni di insonnia, Samuel fa un discorso sulla salvezza del mondo e la UNIVERSIDAD AUTOCTONA DE LA VIDA e piango, pango, finalmente piango.

E quella danza a la orilla del mar que es un fuego, e quella danza a punta di piedi sull’anima. Quella danza che ho iniziato anni fa, una notte sulle rive del mio mare, la luna era piena alta nel cielo, tracciai una spirale nella sabbia coi piedi, enorme, e ci danzai intorno, questa sera ho continuato quella danza cominciata da anni.

DALE DIOS

DALE DIOS

E fumo e fiamme e l’umidità della jungla, qui si sta a la orilla del salto. È tutto una spirale, ogni viaggio si collega a un altro viaggio, tutto parallelo, mai identico ma affine. E questo sapere che non puoi essere tu a cercare le cose, sono loro che ti chiamano.

Qui si può essere redenti.

Nella jungla ho preso appunti sulla pelle per non dimenticare.

Com’è difficile il ritorno. Ancora a cavallo tra i due mondi. Quello che ancora mi pulsa sotto i piedi e che vorrei non si staccasse mai. Ascoltare il rumore delle foglie che cadono dovremmo. Faccio a meno della fatica di trovare le parole per raccontarvi i colori dei fiori degli alberi di banano.

E se non parlo sarà perché canto.

E se non mi muovo sarà perché sto danzando.

E se non sento sarà perché il tamburo ancora caldo del fuoco  mi ritma dentro il senso infinito della vita- morte-vita tatuato sulla mano per non dimenticarlo. A niente servirà l’acqua. L’occhio del serpente ha visto tutto. Io forse dimenticherò, ma ho disegnata sulla pelle la mappa che conduce al centro.